DRIIN DRIIN (Voglio casa tua)

30.11.2013 11:58

 

Di Galeazzo Bignami

 

DRIN DRIN!!!!!

“Buongiorno Bignami, sono Mohamad Azuz dell’Associazione immigrati, posso parlarle?”

“Prego, mi dica”

 

“Abbiamo saputo delle sue critiche al progetto di legge regionale per le case popolari, soprattutto per la parte in cui lei si oppone all’assegnazione delle case agli immigrati”

“No, guardi, c’è un malinteso, non sono critico, sono proprio contrario”

 

“Ah…. Ho capito…….. abbiamo visto che lei propone un numero molto limitato di case per gli immigrati, vero?”

“Si, esatto”

 

“Ma non si può trovare una via di mezzo, un compromesso?”

“No guardi sig. Azuz, c’è un malinteso. Per me già questo che è un compromesso. Per me gli immigrati non dovrebbero avere case popolari. Le case popolari devono andare solo agli italiani”

 

“Ma come? Ma questo è un ragionamento razzista!”

“Perché razzista? Se lei decide di diventare cittadino italiano, per me non ci sono problemi. Per lei è un problema diventare cittadino italiano? Perché allora razzista è lei”

 

“Ma cosa c’entra, la casa è un diritto!”

“Nella mia cultura, che è cultura di Destra, prima dei diritti, vengono i doveri. Lei ha il diritto di avere la casa, ma prima ha il dovere di essere un buon cittadino. Quindi deve prendere la cittadinanza. D’altronde le case popolari, come gli asili, gli ospedali, mica li ho costruiti io. Li hanno costruiti i miei nonni, i miei genitori e io non ho il diritto di darle in giro così, ma ho il dovere di tramandare questi beni ai miei figli e ai miei nipoti, come li ho ricevuti io”

 

“Bignami, i suoi ragionamenti sono medievali. Lei è indietro, molto indietro!”

 “Io penso di essere avanti, molto avanti. Perché secondo me nel giro di qualche anno in molti la penseranno così. Però guardi, mica gliene faccio una colpa …”

 

“Una colpa? E di cosa?”

“Del fatto che voi chiedete case, pensioni, diritti … La colpa non è vostra che li chiedete, ma degli italiani come Diliberto, D’Alema, Bertinotti che hanno creato le condizioni perché voi chiediate e pretendiate”.

 

“Ho capito, abbiamo posizioni troppo lontane Bignami. Mi dispiace.”

“A me no. Buona giornata.”

 

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Riflessione

Ormai si è da tutti riconosciuto che, per combattere efficacemente questa malattia sociale, occorrono misure profilattiche, dirette a rimuovere le cause della miseria in generale, e misure terapeutiche in soccorso delle particolari persone colpite dalla malattia. Poiché ogni malato può diventare un centro di infezione pericoloso per i sani, le misure terapeutiche sono anche misure preventive, e quando si deve giudicare la convenienza o meno di un qualsiasi soccorso ai poveri, occorre esaminare quali ne sono i prevedibili effetti anche dal punto di vista profilattico. Nel campo della pubblica assistenza le conseguenze dirette e lontane dei singoli atti sono molto spesso opposte e più rilevanti di quelle che tutti vedono immediatamente: ad esempio, le provvidenze in favore dei poveri, a lungo andare, accrescono il numero dei poveri se incoraggiano l’ozio, e le provvidenze in favore dei disoccupati aumentano il numero dei disoccupati, se riducono lo stimolo a cercare lavoro, a cambiare residenza e mestiere. È evidente che, a parità delle altre condizioni, qualsiasi indirizzo di politica economica che aumenti la ricchezza generale, riduce il numero dei poveri, in quanto la maggiore ricchezza rende possibile investimenti maggiori di capitali, che accrescono la produttività del lavoro e quindi elevano anche i salari dei lavoratori delle ultime categorie.

 

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Tornando al rapporto di Italia lavoro, possiamo capire quanto questo dato diventi interessante nel momento in cui lo si relaziona con le statistiche che dicono come, a partire dal 2000 –e ancora di più nel 2009, anno di inizio della crisi – il numero degli stranieribeneficiari della mobilità sia aumentato in modo esagerato rispetto agli italiani (vedi tabella 3).

 

La ‘tecnica’ della mobilità, oltretutto, trasferisce l’extracomunitario in un’altra classificazione, quella dei ‘lavoratori svantaggiati’, che già comprende gli italiani ma che potrebbe assumere tutt’altre dimensioni con gli sviluppi occupazionali qui trattati.

Sotto questa ‘categoria’ rientra chiunque non lavori regolarmente e non percepisca uno stipendio da almeno sei mesi; chiunque non possegga un diploma di scuola media superiore o professionale; i lavoratori con più di cinquant’anni, o gli adulti che vivono soli, o con una o più persone a carico; chi lavora in aziende con tasso di disparità uomo/donna di almeno il 25%; e i membri di una minoranza nazionale che debbono integrarsi culturalmente e professionalmente (5). Lavoratori o inoccupati portatori di incentivi economici alle imprese che li assumono, incentivi che lo Stato versa, nel caso di loro assunzione, inserimento, o reinserimento nel mercato del lavoro, tramite agenzie oppure cooperative (6 ), le quali devono prevedere appositi piani, ma anche apposite convenzioni, con gli operatori pubblici.

Per la provincia di Trento (7), per esempio, il contributo varia dai 7mila ai 15mila euro per lavoratore, e viene erogato all’azienda richiedente entro due anni, con rate posticipate, subordinate alla durata della collaborazione col lavoratore svantaggiato.

Questione diversa quella del sud Italia. È necessario tornare al già citato Decreto sviluppo 2011 nel quale, oltre ai benefici immobiliari, troviamo anche quelli per il credito d’imposta, utili a promuovere le nuove assunzioni a tempo indeterminato e quindi la produttività nel territorio. 

Un credito, fatte salve le disposizioni delle leggi in materia di aiuti ai lavoratori svantaggiati, pari al 50% dei costi salariali dei 12 mesi successivi all’assunzione (che diventano 24 per i lavoratori molto svantaggiati, ovvero disabili fisici, mentali o psichici [8] privi di lavoro da almeno 24 mesi), calcolato sulla differenza tra i lavoratori occupati a tempo indeterminato dell’anno e la media degli occupati a tempo indeterminato nei dodici mesi precedenti. Le risorse a cui il decreto attinge sono quelle del Fondo sociale europeo e del Fondo europeo di sviluppo regionale, “versate all’entrata del bilancio dello Stato, e successivamente riassegnate per le suddette finalità di spesa”.

Ma nel Mezzogiorno c’è davvero bisogno di questi aiuti? Oppure servono solo per far invidia alla Lega nord? Stando al Rapporto immigrazione 2011, il numero degli occupati italiani nel Mezzogiorno (2009-2010) è sceso di 5,7 punti percentuali, contro un aumento di quelli stranieri (2008-2010) pari a 33 punti percentuali; ma analizzando insieme occupati italiani e stranieri, la contrazione maggiore si è avuta proprio al Sud: meno 4,5 punti percentuali tra il 2008 e il 2010.

Ai Fondi europei così previsti dal Decreto sviluppo, dunque, è doveroso aggiungere anche il progetto ‘Rete dei servizi per la prevenzione del lavoro sommerso’, promosso dal ministero del Lavoro e realizzato proprio da Italia Lavoro s.p.a: 4,5 milioni di euro destinati all’edilizia, ai servizi e all’agricoltura, per la prevenzione del lavoro sommerso di immigrati irregolari nel Mezzogiorno; 3.000 tirocini per disoccupati e inoccupati (60% extracomunitari, 40% comunitari) e un contributo, per oneri di attivazione, pari a 200 euro mensili, con importo massimo per tirocinante di 400 euro (per i quali, invece, è prevista una borsa di studio di 550 euro).

Italia Lavoro non è nuova a questo genere di iniziative. Già nel 2007 si era fatta promotrice di un piano di reinserimento di lavoratori immigrati (REI), commissionato dal ministero del Lavoro, a beneficio di Lombardia, Veneto e Campania.

Un progetto che, per sua stessa dichiarazione, non interveniva direttamente sul lavoro nero, ma veniva utilizzato come strumento di prevenzione al lavoro nero: gli incentivi previsti dal piano, sempre a favore delle aziende e non del lavoratore, erano pari a 5.000 euro, al lordo di ritenute fiscali, per ogni lavoratore assunto con contratto a tempo indeterminato e 1.500 euro per i contratti a tempo determinato (9).

Mai mercato del lavoro fu così ghiotto di iniziative, incentivi e beneficiari, ed è tutto merito di quello status irregolare attivato involontariamente, di sicuro inconsapevolmente, dal corpo dell’immigrato nel momento in cui tocca il suolo italico.

Preoccupazione della Commissione europea a parte, quindi, pare evidente come il nostro sia un paese spinto, a ragion veduta, in materia di integrazione, anche se un dubbio permane: è la capacità dello straniero a integrarsi nella nostra società a spostarlo nella catalogazione dairregolare a regolare? Oppure è una normativa che sembra nata ad hoc per il mercato del lavoro, che stabilisce una linea di confine di soli due anni tra l’occupazione e il precariato? (Linea di confine che diventa invalicabile per qualsiasi extracomunitario voglia ottenere la cittadinanza, non per discendenza, non per matrimonio, ma per aver risieduto sul territorio dello Stato per almeno cinque anni.)

Sovvengono due risposte.

La prima la troviamo nel rapporto di Italia Lavoro: “Il malfunzionamento del sistema delle quote e il frequente ricorso a sanatorie, testimoniano il fatto che è più semplice per un immigrato ottenere lo status di regolare se questi è già presente nel Paese anziché per un potenziale migrante che cerchi di ottenere l’accesso al mercato del lavoro italiano dal proprio Paese di origine. La maggior parte di irregolari deriva da una condizione di visa overstayers cioè di persone che non hanno lasciato l’Italia allo scadere del loro visto d’ingresso”.

La seconda risposta arriva dall’ennesimo battibecco Maroni vs. Malmstrom, risalente ad aprile scorso, col quale il commissario europeo ha espresso tutta la sua disapprovazione alla firma del governo sulla “libera circolazione nell’area Schengen” dei cittadini immigrati.

Un permesso di soggiorno temporaneo a fini umanitari che nel versante italiano sa tanto di ‘migrazione economica’, essendo gli stranieri entrati nel territorio dello Stato non come richiedenti asilo ma come richiedenti lavoro, e quindi destinati a rientrare brevemente nel loro P

aese. La direttiva, invece, dovrebbe occuparsi di chi, per veri motivi umanitari, nella propria terra non ci può tornare.

Del resto: “La concezione materialistica della storia parte dal principio che la produzione e, con la produzione, lo scambio dei suoi prodotti sono la base di ogni ordinamento sociale; che, in ogni società che si presenta nella storia, la distribuzione dei prodotti, e con essa l’articolazione della società in classi o stati, si modella su ciò che si produce, sul modo come si produce e sul modo come si scambia ciò che si produce. Conseguentemente le cause ultime di ogni mutamento sociale e di ogni rivolgimento politico vanno ricercate non nella testa degli uomini, nella loro crescente conoscenza della verità eterna e dell’eterna giustizia, ma nei mutamenti del modo di produzione e di scambio; esse vanno ricercate non nella filosofia, ma nell’economia dell’epoca che si considera” .

 

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L'Italia e la trappola della produttività

26/11/2013
 

 

 

<div class="comment-link" "="" style="height: 20px; padding-top: 5px; color: rgb(83, 85, 72); font-family: Tahoma, Arial, Helvetica, sans-serif; line-height: normal;">commenti (1)

 

 

 
 

La stagnazione della produttività è all'origine della crisi italiana. Ma l'intervento della legge di stabilità sul cuneo fiscale non servirà a rilanciarla

Son passate quasi due settimane da quando la Commissione Europea ha sostanzialmente, anche se non formalmente, bocciato la Legge di Stabilità (LS) proposta dal governo Letta. Semaforo arancione dalla Commissione.

Per rispondere alle obiezioni della Commissione, il governo italiano ha argomentato che altri interventi sono in programma per ridurre il debito, e che si impegna a tradurre i programmi in azioni concrete entro le scadenze previste, senza comunque modificare i saldi della LS inviata al Parlamento italiano ed alla Commissione Europea.

Il governo Letta cerca di inviare un segnale nelle intenzioni forte alla Commissione europea per garantire che l’Italia rispetterà i vincoli posti dai Trattati e loro modifiche recenti 2011-2012, quegli stessi vincoli che hanno bloccato l’Europa dopo la flebile ripresa del 2010 e che l’hanno gettata nella depressione di una durata, sinora, di 6 anni, dal 2008 al 2013. Non vi sono azioni particolari che il governo avanza per modificare nella direzione di crescita ed occupazione la LS proposta, la quale nei saldi rimane immutata, mentre nella composizione è oggetto di negoziazioni parlamentari il cui esito sarà tutto da verificare alla scadenza della approvazione finale dei due rami del Parlamento.

È evidente che questi interventi hanno un unico scopo, quello di cercare di soddisfare i tecnocrati europei che richiedono il rispetto dei vincoli che sono stati imposti con i Trattati e le loro recenti revisioni, Six Pack e Two Pack. Diversamente da quanto sostenuto all’epoca della chiusura dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo nell’estate 2013, questa chiusura non ha sancito l'entrata dell’Italia nell’élite dei paesi virtuosi dell'Unione Europea, e neppure ha segnato la fine dell'austerità ed aperto margini per politiche fiscali espansive (vedi Agenor in Sbilanciamoci.infohttp://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Austerity-Italian-Style-18714). La verità è che dall’inizio della crisi l’Italia ha perso 9 punti percentuali di reddito, ha un tasso di disoccupazione ufficiale del 12%, una base produttiva ridimensionata dopo una perdita del 25% di produzione industriali. Nel frattempo, dopo anni di austerità espansiva e diconsolidamento fiscale il rapporto debito/Pil italiano supererà la soglia del 130% a fine 2013 e si prevede una ulteriore crescita per il 2014 verso la soglia del 135%, quando nel 2010 era il 119% ed il 103,6% nell’ultimo anno prima della crisi, il 2007, quindi oggi 30 punti percentuali in più dal pre-crisi.

Europa, cuneo fiscale e la trappola della produttività

La Legge di Stabilità costituiva una tappa fondamentale per la sopravvivenza del Governo Letta, nella prospettiva della sua durata per tutto il tempo richiesto dalla presidenza italiana del Consiglio Europeo sino alla fine del 2014, ed anche oltre. Dopo una estate nella quale i partiti che sostengono il governo delle larghe intese hanno trascorso il tempo a discutere per l’ennesima volta dell’Imu, l’unica patrimoniale esistente in Italia, e poi a far legiferare il Parlamento per la sua abolizione, le parti sociali chiedevano un segnale forte per la crescita e l’occupazione, ad iniziare da una riduzione consistente del cuneo fiscale che deprime i salari ed anche la competitività delle imprese. La proposta governativa non riesce ad andare neppure in questa direzione, se non molto tiepidamente e con un certo tasso di incoerenza interna. I vincoli europei, da un lato, e la politica italiana, dall’altro, costringono a definire unaLegge di Stabilità del tutto inadeguata, in continuità con le politiche del rigore e dell’austerità.

I vincoli europei che impongono il consolidamento fiscale dettati dai parametri della soglia del 60% debito/Pil, del 3% deficit/Pil, del pareggio di bilancio strutturale corretto per il ciclo come obiettivo di medio termine, a meno dello 0,5%, non lasciano margini di manovra per le politiche fiscali anti-cicliche, proprio perché sono ottusamente costruiti per politiche pro-cicliche: in presenza di crisi i vincoli impongono l’austerità trasformando la crisi in depressione, in presenza di ripresa economica gli stessi vincoli sono tali da frenarla e riportare il sistema nella crisi, solo in presenza di forte crescita i vincoli diventano meno stringenti ed alleggeriscono la morsa su debito e deficit in rapporto alla crescita del reddito. In aggiunta, il percorso di consolidamento fiscale progettato per riportare il rapporto debito/Pil sotto il 60% impone una cura ai paesi che hanno rapporti giudicati eccessivamente elevati, oltre il 100%, così severi ed ottusi che il malato peggiora invece di guarire, ed il suo rapporto debito/Pil aumenta, anziché ridursi. Non solo quei parametri appaiono oggi artificiali anche perché costruiti in tempi nei quali la crescita era nell’ordine del 3% annuo, ed il rapporto debito/Pil si aggirava proprio attorno al 60% (media dei paesi candidati all’Euro negli anni novanta), ma perché il consolidamento fiscale impone oggi un rientro dal debito in venti anni che non lascia spazio per alcuna politica di crescita di reddito ed occupazione, e genera solo depressione nei paesi che la devono praticare, i paesi periferici, diffondendola nei paesi che non sono tenuti ad applicarla, i paesi virtuosi. Solo abbandonando tali vincoli e tale percorso di consolidamento, la politica fiscale può riacquistare alcuni gradi di manovra, da impiegarsi per la crescita e l’occupazione e da cui far discendere condizioni e tempi di rientro dal debito.

Tuttavia la situazione italiana presenta una sua specificità negativa, che colloca il nostro paese in una posizione ad alta criticità rispetto a quelle di altri paesi dell’area Euro, dell’Unione Europea, e di tutti o quasi tutti i paesi industriali. La crescita della produttività del lavoro è prossima allo zero dall’inizio degli anni ’90, e ciò costituisce un fattore di pressione verso il basso sia sulle retribuzioni che sulla competitività delle imprese. Il parametro che comunemente, ma non senza giustificate obiezioni, viene richiamato è il costo nominale del lavoro per unità di prodotto, in quanto determinante del prezzo del prodotto. Esso è costituito da due componenti, il costo (nominale) del lavoro, al numeratore, e la produttività (reale) del lavoro, al denominatore. Pensare di ridurre il primo per accrescere la competitività di ciò che si produce può essere cosa giusta da fare, soprattutto quando questo è alto non a causa delle retribuzioni che vanno in tasca al lavoratore, quanto delle imposte sul lavoro che sono pagate dal lavoratore e dall’impresa. Ridurre il cuneo fiscale, spostare la tassazione dal lavoro e dalla produzione di reddito a consistenze patrimoniali ed alla ricchezza finanziaria e non, ovvero dai flussi agli stock, libera risorse che possono accrescere le retribuzioni dei lavoratori, e quindi la domanda interna, e la competitività delle imprese via effetti sui prezzi di ciò che viene prodotto. Questa politica può avvantaggiare il lavoro e l’impresa, senza scaricarne il costo sui servizi offerti dall’amministrazione pubblica, in primis sanità, scuola e formazione, welfare, ecc. Ecco perché le parti sociali chiedono da tempo che si pratichi questa politica, e auspicavano che la Legge di Stabilità 2014-2016 costituisse l’occasione per una riduzione non simbolica del cuneo fiscale. Siccome così non è, ora chiedono che i risparmi che deriveranno dalla revisione della spesa (spending review), annunciati in 32 miliardi di € nel triennio 2014-2016, e dalla lotta all’evasione fiscale, siano automaticamente destinati per una quota del 90% alla riduzione del cuneo fiscale, e solo per la restante quota all’abbattimento del debito pubblico (http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2013-11-24/presidente-letta-ascolti-paese-140553.shtml?uuid=ABYeQNf). La situazione è così grave per la competitività delle imprese, per i redditi da lavoro, e quindi per la domanda interna che o si da priorità assoluta a questo rispetto al consolidamento fiscale, oppure una parte consistente del tessuto produttivo italiano rischia davvero di scomparire, e con esso le imprese che lo compongono ed il lavoro che ne crea il valore.

L’intervento prioritario ed assoluto sul cuneo fiscale, che conduce ad abbassare il costo nominale del lavoro, ovvero il numeratore di quel rapporto che è il costo del lavoro per unità di prodotto, rischia però di avere “fiato corto”, e di venire presto neutralizzato dalla dinamica della produttività che tutti gli altri paesi hanno e che quasi solo a noi manca del tutto. La stagnazione della nostra produttività dopo poco tempo inizierà di nuovo a premere sulla competitività di ciò che produciamo, sul lavoro e sull’impresa, soprattutto sui salari in presenza, non dimentichiamolo, di una moneta comune nell’eurozona che spinge verso politiche di svalutazione interna a tutto svantaggio del lavoro e della sua retribuzione. Inoltre, in questa Eurozona dove detta legge il consolidamento fiscale e dove le “riforme strutturali” sono lo strumento imposto dall’Europa agli stati membri per riguadagnare competitività, ogni paese viene forzato a replicare ciò che fa il vicino, per cui una manovra che abbassa il costo del lavoro in un paese viene imitata da un altro paese, agendo sulle tasse o sui salari. È la legge della svalutazione interna, nella quale l’Italia con la sua trappola della stagnazione della produttività, è la prima ad uscirne sconfitta. Ecco perché focalizzarsi sul cuneo fiscale, impegnare tutte le risorse per la sua riduzione rischia di essere una politica di corto respiro in presenza di produttività stagnante e moneta unica, una politica che rischia dopo poco tempo di penalizzare il lavoro e l’impresa, e come un boomerang di riportare il paese al punto iniziale. Occorre non dimenticare che il declino dell’economia italiana ha origini lontane, risale a ben prima della nascita dell’Euro, che la stagnazione della produttività ne è alla base, ed è alla base della dinamica piatta delle retribuzioni nonché della competitività delle imprese, e molto contribuisce alla stagnazione della crescita della domanda interna e del reddito nazionale. La stagnazione della produttività origina molto dalle scarse risorse economiche che il mondo delle imprese, pubbliche e private, e la pubblica amministrazione, il soggetto pubblico in generale, destinano da decenni all’innovazione, tecnologica ed organizzativa, all’istruzione ed alla formazione. L’insieme del capitale immateriale fa la differenza, che è fattore cruciale di componenti sistemiche, connettive e aziendali che spiegano la performance negativa della produttività italiana. Se non si cura questa stagnazione, gli effetti positivi di ogni altro medicamento, riduzione del cuneo fiscale compreso, benché necessario, verranno presto neutralizzati, lasciando il malato cronico in uno stato persino peggiore.

Cosa ci serve per uscire dalla trappola della stagnazione della produttività? Abbiamo cercato di rispondere a questa domanda in una serie di interventi su Sbilanciamoci.info, (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Ripensare-gli-obiettivi-e-i-metodi-della-contrattazione-16529). Qui facciamo un passo ulteriore, perché la gravità della depressione italiana lo richiede. Proprio perché la stagnazione della produttività in Italia ha radici lontane, che con l’Euro si sono acuite ma di cui l’Euro non tiene responsabilità diretta, bensì sono radicate in fattori strutturali, dal lato della domanda, della distribuzione e dell’innovazione, è su questi fattori strutturali che occorre intervenire. Oggi la riduzione del cuneo fiscale che le parti sociali chiedono con vigore può avere un senso solo se è parte di una politica nazionale, in un contesto europeo, che (a) rilanci la funzione distributiva e di sostegno della domanda che svolge la dinamica salariale, (b) vincoli le imprese ad impegnare risorse in ricerca, innovazione tecnologica, innovazione organizzativa, (c) impegni il soggetto pubblico ad investire in istruzione, formazione, ricerca ed innovazione. Essa deve costituire un reale cambio di rotta per la politica economica e sindacale. Le risorse economiche che le parti chiedono vengano destinate alla riduzione del cuneo fiscale siano vincolate e quindi distribuite in funzione degli impegni concreti che le stesse assumono sul terreno della ricerca e dell’innovazione, ed il soggetto pubblico assuma come obiettivo prioritario quello di sostenere tali impegni, con risorse economiche ingenti per progetti di ricerca di base ed applicata, politiche di innovazione e trasferimento tecnologico, investimenti in istruzione e formazione. Le articolazioni, modalità e procedure per tali interventi possono essere trovate; occorre che tutto ciò sia fatto con un basso tasso di complessità normativa: Essenziale è che si concordi anzitutto su questo obiettivo comune.

Vi sono le condizioni politiche per perseguire questo obiettivo? Le parti sociali hanno investito molto sul governo Letta dal dopo elezioni 2013. Non era all’epoca l’unica scelta che poteva essere fatta. Alternative avrebbero dovuto essere esplorate, ma così non è stato fatto. Sbagliando, a mio parere, ma questa è una valutazione che certo poco conta. A distanza di sei mesi, appare chiaro però che non abbiano realizzato alcuno degli obiettivi che si erano proposti, il rendimento dell’investimento fatto appare particolarmente sconfortante, pressoché nullo. Dopo il documento sottoscritto a Genova il 2 settembre 2013 (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-09-03/legge-stabilita-crescita-fiducia-064018.shtml?uuid=AbndClSI&fromSearch), il pronunciamento del 24 novembre 2013 su Il Sole24Ore appare un ultimo avviso inviato al governo Letta, un out out finale, che probabilmente avviene anche a tempo scaduto essendo la Legge di Stabilità sostanzialmente in via di approvazione, con voto di fiducia in Parlamento, nella versione attuale. Tempi supplementari non dovrebbero essere contemplati, in un “paese normale”, ma come purtroppo sappiamo l’Italia è tutto fuorché un “paese normale”.

 

 

Graf.1 – Produttività del lavoro (GDP reale per ora lavorata), tassi di crescita medi annui, 1990-2012 (Fonte: Oecd Statistics, novembre 2013)

 

 

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Vuoi contribuire a sbilanciamoci.info? Clicca quErrata corrige: il grafico si riferisce al periodo 2000-2012, e non 1990-2012. In particolare, il commento corretto è il seguente. "La crescita della produttività del lavoro è prossima allo zero dall’inizio degli anni 2000, negativa negli anni della crisi 2008-2012, comunque stagnante dal 1990 rispetto agli altri paesi, e ciò costituisce un fattore di pressione verso il basso sia sulle retribuzioni che sulla competitività delle imprese".

 

 

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